L'ARIA DI HIROSHIMA

RACCONTO DI Maria Rosaria Fonso
Collana "Selezionati".
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Io stavo.
Su quell’isola, dall’inizio del mondo, io stavo. Sempre. Di giorno e di notte.
Abitavo nello spazio immenso tra il cielo e la terra, libera di salire e di scendere, di andare e di tornare, di virare, di correre, di fermarmi, libera di essere con tutto e di tutti: sottile nelle fenditure delle montagne, leggera sulle cime, immobile nel fondo dei crepacci, giocosa tra le foglie, vivace tra i fili d’erba e tra gli steli, carezzevole sui fiori, spumeggiante sui flutti del mare, mite sull’onda del porto.
Ero il soffio sulle campagne gialle di frumento, la fertilità della Terra, il respiro delle zolle smosse dal contadino; ero la nuvolosità della pioggia che lava e ristora, il mulinello della polvere della strada, lo scintillìo dei colori, degli sguardi, delle stelle; ero lo scompiglio tra i capelli, lo slancio alle vele e all’aquilone, il frullo di ali, il volo benaugurale delle gru coronate.
Ero l’ossigeno delle case spalancate al mio passaggio tra i tatami odorosi di erba tagliata e le lenzuola stropicciate di sonno, l’energia del fuoco per il cibo e per il calore, l’alito degli angoli bui a vibrare le tele dei ragni, la musica nelle finestre di sole per brillare il volteggio di coriandoli di polvere.
Danzavo al ritmo delle stagioni un girotondo in sintonia col battito del tempo, delle lune e dei soli, piroettando tra esuberanza e mitezza, rigore e tepore, tra piogge e arcobaleni, in un equilibrio di alternanze armonizzate alla Vita.
Ero il soffio di vita delle piante, degli animali, della gente. Ero parte delle loro cellule, dei loro tessuti, della loro carne, dei loro sensi: diffondevo la fragranza del giglio, dei fiori di ciliegio, delle camelie; il profumo del thè e l’aroma dell’incenso del tempio. Propagavo le voci, i suoni, i rumori della quotidianità, le risate spensierate di bambini , le musiche dei flauti e i ritmi dei tamburi in festa.
Ero il fiato per dire nomi, parole, sentimenti; ero la voce musicale dell’anima e della litanica preghiera del monaco. Ero il canto. Il canto della vita!

E poi venne quel giorno.
Il giorno in cui un boato rovente squarciò il mio ventre, il giorno in cui una palla di fuoco sconvolse la mia esistenza e quella di Hiroshima e quella del mondo.
Le mie viscere impazzite divennero raffiche incandescenti, folate infuocate, flutti scorticanti, armi di disfacimento.
Nella luce accecante scomparvero i colori ed il cielo si oscurò sfondo per un tragico spettacolo pirotecnico in grigio e nero sulla città, diventata in pochi istanti una città di cenere , una terribile esibizione per sguardi bianchi di occhi senza pupille, per le ombre sul muro degli uomini volatilizzati, per gli applausi di mani con la pelle a brandelli.
In balìa di una forza malvagia divenni un’onda travolgente che scaraventava e sradicava, vento atomico che avvelenava e appestava; soffio incandescente che liquefaceva, vetrificava, fondeva; respiro letale che penetrava nei corpi e danneggiava e distruggeva.
Divenni vapore miasmatico e goccia pesante, pioggia viscida sparsa sulle teste che presto perderanno i capelli, pioggia nera battente nelle acque che disseteranno ammalando zolle e frumento e riso, pioggia di fango aspersa sulla fecondità che guasterà per anni l’intattezza dei bimbi concepiti.
Non più profumi né odori familiari sulla mia scia, solo il lezzo nauseabondo della materia arsa, il tanfo della carne bruciata e della putrefazione; non più suoni di festa e musiche e voci, ma silenzio e grida, silenzio e lamenti, silenzio e rantoli…Divenni silenzio. Silenzio di morte!

Io sto.
Oggi, su quest’ isola, di giorno e di notte, ancora sto.
Di nuovo libera, ancora spazio nello spazio immenso tra il cielo e la terra, ancora vita della vita, forza, colore, volo, refrigerio, energia, nuvola, ancora profumo, ancora musica.
Insieme ai superstiti mi sono rialzata. Subito.
E insieme abbiamo ricominciato.
Dolorosamente, faticosamente. Feriti nel corpo, nell’anima, nella dignità abbiamo ricominciato.
Ma non abbiamo dimenticato.
Nella nostra memoria l’orrore di una follia, nel nostro presente il ricordo da consegnare al futuro perchè nel mio ventre ancora e per sempre aleggi il volo di mille gru coronate.

Commenti

  1. Un racconto pieno e toccante. Un testo che scardina le convenzioni dello scrivere ed esce dallo standard. Buonissimo il linguaggio.

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  2. Sì, anche se non è esattamente il mio "tipo" di racconto... non posso far altro che complimentarmi con l'autrice.

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  3. Bellissimo racconto. Leggendo la prima parte, ho avuto l'impressione di essere davanti ad un dipinto che rappresentava uno splendido paesaggio; successivamente lo scenario cambia e l'impressione è quella di guardare un tg
    dopo una catastrofe creata dall'uomo.
    Questo racconto invita alla riflessione: immaginando il contesto in uno scenario molto più vasto, è la natura a parlare, a ricordarci quello che è stata da millenni e com'è in questi giorni... Ma anche ad avvertirci come potrebbe essere grazie all'egoismo ed alla sete di potere dell'uomo.
    Complimenti per il racconto.

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  4. maria rosaria2 aprile 2010 13:00

    Grazie Carmelo, ho tentato di descrivere quello che riusciamo a fare noi uomini quando, credendoci il centro dell'Universo, perdiamo di vista il senso degli altri e dell'esistere.

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