Eccolo che ritorna, il luogo comune: “i libri costano troppo”. L’ho appena letto su uno spazio web dedicato ad aspiranti scrittori. E il sangue da libraio attacca a bollirmi sotto pelle. E’ mai possibile che ancora aspiranti scrittori che dovrebbero saperne a bizzeffe su come funziona il mercato del libro se ne escano con ‘ste frasi fatte, ficcate lì tanto per? Il libro, cari miei, non costa affatto un’esagerazione.
Casualmente mi capita sotto mano “In fondo alla palude” di Joe R. Lansdale. Un gran bel libro, tra l’altro. Costa 9,90 €. L’ho letto due volte, l’ho prestato ad altre quattro o cinque persone e se avessi voglia di andarmelo a rileggere non mi direbbe di no. Lo stesso discorso vale per “Espiazione” di Ian McEwan: 12-13 euro mi hanno dato diritto a un meraviglioso viaggio di una decina di ore, solo io e una storia meravigliosa. E pensare che la versione cinematografica mi è venuta a costare 7 € per due ore scarse. Ho provato a prestare il biglietto ai miei amici, ma il controllore ha detto che voleva sette euro a testa pure da loro.
Il fatto è uno: il libro può essere una porcheria che invade lo scaffale, e allora anche un euro speso è un euro di troppo; oppure può essere qualcosa di importante, un’opera di genio o una finestra sul sapere, una chiave di accesso alla cultura. In quest’ultimo caso ogni individuo dotato di un minimo di amor proprio dovrebbe essere ben contento di migliorare il proprio essere in cambio di un paio di banconote. La questione, però, è che l’essere ha perso gran parte del suo peso a favore dell’avere, dell’apparire. E allora ci si lamenta del buon Joyce, che per averlo in versione tascabile tocca cacciare fuori la "bellezza" di 8 euro, tralasciando invece la spesa folle fatta da D&G.
Con il "costosissimo" libro, amici miei, ci si campa a stento. Le librerie ci ricavano un 30-40% del prezzo di copertina (uno dei ricarichi più bassi del commercio a fronte di un investimento notevolissimo), i distributori un 20% (ma devono pagare magazzinieri, affitti per strutture, promotori editoriali, bollette, attrezzature e stipendi), gli autori circa il 10%, l’editore un "lussuosissimo" 5% che deve reinvestire quasi per intero sul prossimo libro che pubblicherà... il resto sono spese di stampa e promozione. Gran bel business, no?
E ancora, sugli sconti della grande distribuzione: chi ama i libri non se li prende al supermercato, anche se costano meno. Se all’inizio del percorso la Grande Distribuzione era, per chi vive di libri, una soluzione per allargare un mercato fin troppo ristretto, ora si sta cominciando a capire il danno provocato da queste strutture: il libro non è visto come un contenitore di bellezza o di sapere, ma esclusivamente come un prodotto di mercato (comprati il libro e, visto che ci sei, anche una carrellata di olio d’oliva); gli sconti fatti dai grandi editori (in considerazione della quantità ordinata) non permette ai piccoli di competere in alcun modo, e questo non favorisce il progredire delle idee (sono sempre gli stessi a decidere cosa dobbiamo acquistare); le rese spaventose che si stanno verificando fanno barcollare chi nei libri ha investito una vita.
Ancora convinto che il libro abbia un costo eccessivo? Onestamente, spero di no.
Il libro è un oggetto nobile e prezioso, non paragoniamolo a un barattolo di passata di pomodoro. Grazie.
Casualmente mi capita sotto mano “In fondo alla palude” di Joe R. Lansdale. Un gran bel libro, tra l’altro. Costa 9,90 €. L’ho letto due volte, l’ho prestato ad altre quattro o cinque persone e se avessi voglia di andarmelo a rileggere non mi direbbe di no. Lo stesso discorso vale per “Espiazione” di Ian McEwan: 12-13 euro mi hanno dato diritto a un meraviglioso viaggio di una decina di ore, solo io e una storia meravigliosa. E pensare che la versione cinematografica mi è venuta a costare 7 € per due ore scarse. Ho provato a prestare il biglietto ai miei amici, ma il controllore ha detto che voleva sette euro a testa pure da loro.
Il fatto è uno: il libro può essere una porcheria che invade lo scaffale, e allora anche un euro speso è un euro di troppo; oppure può essere qualcosa di importante, un’opera di genio o una finestra sul sapere, una chiave di accesso alla cultura. In quest’ultimo caso ogni individuo dotato di un minimo di amor proprio dovrebbe essere ben contento di migliorare il proprio essere in cambio di un paio di banconote. La questione, però, è che l’essere ha perso gran parte del suo peso a favore dell’avere, dell’apparire. E allora ci si lamenta del buon Joyce, che per averlo in versione tascabile tocca cacciare fuori la "bellezza" di 8 euro, tralasciando invece la spesa folle fatta da D&G.
Con il "costosissimo" libro, amici miei, ci si campa a stento. Le librerie ci ricavano un 30-40% del prezzo di copertina (uno dei ricarichi più bassi del commercio a fronte di un investimento notevolissimo), i distributori un 20% (ma devono pagare magazzinieri, affitti per strutture, promotori editoriali, bollette, attrezzature e stipendi), gli autori circa il 10%, l’editore un "lussuosissimo" 5% che deve reinvestire quasi per intero sul prossimo libro che pubblicherà... il resto sono spese di stampa e promozione. Gran bel business, no?
E ancora, sugli sconti della grande distribuzione: chi ama i libri non se li prende al supermercato, anche se costano meno. Se all’inizio del percorso la Grande Distribuzione era, per chi vive di libri, una soluzione per allargare un mercato fin troppo ristretto, ora si sta cominciando a capire il danno provocato da queste strutture: il libro non è visto come un contenitore di bellezza o di sapere, ma esclusivamente come un prodotto di mercato (comprati il libro e, visto che ci sei, anche una carrellata di olio d’oliva); gli sconti fatti dai grandi editori (in considerazione della quantità ordinata) non permette ai piccoli di competere in alcun modo, e questo non favorisce il progredire delle idee (sono sempre gli stessi a decidere cosa dobbiamo acquistare); le rese spaventose che si stanno verificando fanno barcollare chi nei libri ha investito una vita.
Ancora convinto che il libro abbia un costo eccessivo? Onestamente, spero di no.
Il libro è un oggetto nobile e prezioso, non paragoniamolo a un barattolo di passata di pomodoro. Grazie.
Marco Toccacieli
Perfettamente d'accordo su tutto.
RispondiElimina...ma secondo lo spazio web citato nel post i libri costerebbero troppo rispetto a cosa? La gente è disposta a pagare anche 100 Euro per un gioco della playstation e poi si lamenta per una decina di euro da sborsare per un libro? Io non ho mai fatto caso al prezzo dei libri che acquisto. Se un volume mi piace, mi interessa, mi serve (per diletto o per studio) non conto le pagine, né i soldi che servono a comprarle.
RispondiEliminaMagari fossero tutti come voi, ragazzi... nella realtà c'è anche chi ha abbandonato superpoket in cassa - i libri in versione super economica da 5.90 € - perchè ha scoperto non esserci lo sconto. Sob!
RispondiEliminaLa realtà è che la lettura è un piacere, non un obbligo. Chi sceglie la lettura come hobby è disposto a spendere esattamente come quelli che scelgono di praticare uno sport o di esercitarsi in una disciplina artistica. Che poi siano pochi quelli che amano leggere per diletto, questo è un altro problema.
RispondiElimina...e comunque, semmai è il prezzo dei libri scolastici che sta diventando ridicolo per quanto è alto. Testi che scientificamente sono rimasti fermi a 20-30 anni fa costano un patrimonio ed è obbligatorio acquistarli.
RispondiEliminaBe', i libri scolastici sono un altro paio di maniche... ma non sono molto informato in materia (lavore per una libreria di varia), non vorrei sparare cavolate e allora tengo la mia opinione per me. ;o)
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