L'EREDITA' DI SARAMAGO

Articolo di Barbara Cannetti.

Il 18 giugno è morto Josè Saramago e, come sempre avviene in questi casi, si sono riaccesi i riflettori sulle sue opere. La fine della vita, del resto, oltre ad essere un evento ineluttabile è uno dei temi cari all’autore; ad essa lo scrittore ha dedicato un intero libro intitolato “Le intermittenze della morte”. Questa tematica è presente anche in altre sue opere: in “cecità”, però, più che della morte naturale si parla di quella sociale, ossia della non vita, di quell’esistenza senza senso condotta da coloro che, per una improvvisa epidemia, si ritrovano a vivere allo sbando, privati di qualsiasi relazione umana, oltre che di un luogo in cui alloggiare e di un Paese con cui identificarsi, di cui sentirsi parte.
La narrazione procede con stile asciutto, essenziale, privo di orpelli oltre che di atteggiamenti di tipo celebrativo fini a se stessi. In questo modo, utilizzando anche l’ironia, lo scrittore punta il dito sulle debolezze umane, mettendole a nudo.
Si tratta di una visione disincantata del mondo oltre che dell’intera società. In cecità ciò che sconvolge la normalità, come ricordato sopra, è una epidemia che priva gli uomini della vista. Gli avvenimenti si snodano tra le vie di una città non ben identificata: non c’è una dimensione geografica precisa per i luoghi, proprio come non c’è un nome ad identificare i vari personaggi. Ad agire sono, di volta in volta, il primo cieco, l’oculista, la ragazza con gli occhiali neri... Questo perché i temi trattati sono universali e, come tali, universalmente riconosciuti e riconoscibili nella generalizzazione.
Anche le autorità agiscono in questo ambito e lo fanno imponendo, isolando, lasciando a se stessi tutti coloro che hanno problemi. I primi ad essere colpiti dall’epidemia perciò vengono confinati in un ex manicomio, una sorta di lager proprio come era accaduto in passato ed accade ancora oggi ai pazzi, ai diversi, ai deboli...
Quando però i mali della società moderna metaforicamente individuati nella cecità diventano la regola e non l’eccezione si perde anche l’ultima parvenza di verità. Che si tratti di parvenza e non di realtà lo si comprende quando il medico -alla fine del romanzo- afferma che non avevano mai realmente perso la vista perché cechi lo erano sempre stati.
In questa opera è l’umanità intera con i suoi comportamenti irrazionali ad essere sotto processo perché, come sentenzia ancora il medico, l’uomo è fatto per metà di cattiveria e per l’altra metà di indifferenza. Eppure, paradossalmente, sarà proprio l’epidemia a mostrare la verità, la totale mancanza della ragione e dei valori.
La sola a conservare la vista è la moglie del medico che, con essa, trattiene a sé la piena coscienza dell’abbruttimento subito dagli esseri umani senza distinzione alcuna. Per questo quel che a prima vista sembra un grande privilegio, in realtà si dimostra essere un doloroso, pesante fardello; esso diviene a sua volta diversità prima ancora che esile filo di speranza. La consapevolezza, infatti, porta la donna a farsi carico di una grande responsabilità ossia quella di dover agire per il bene e la salvezza del gruppo intero. Ed è questo il ruolo che Saramago assume nei confronti dei suoi tempi. Quando però nel romanzo i non vedenti iniziano, uno dopo l’altro, a riacquistare la vista, tocca alla moglie del dottore subire quella stessa sorte: la sua figura, del resto, perde concretamente importanza non appena gli altri ridiventano autonomi. E nondimeno, essendo lei stessa un essere umano, è condannata alla perdita della ragione. In tal modo l’autore ci ricorda che nessuno è perfetto e quindi tutti possiamo sbagliare. L’importante è accorgersene in tempo, ossia non rimanere indifferenti a tutti gli accadimenti che non ci toccano personalmente. Cecità è un libro da leggere con attenzione, soffermandosi sulle grandi verità che si nascondono tra le pagine. Si tratta- del resto- di temi di grande attualità. Per rendersene conto basta pensare alla diffusa, dilagante crisi che ha colpito tutti i Paesi industrializzati e che ha portato alle enormi difficoltà economico finanziarie ed alla attuale crisi occupazionale che si unisce ad una visione negativa spesso discriminatoria nei confronti di chi è diverso, qualunque sia il motivo che determina la diversità stessa. Lo dimostrano le cronache, lo ribadiscono i politici ogni volta che parlano in modo arbitrario di alcune problematiche. Il ministro Tremonti, ad esempio, ha recentemente affermato che le persone portatrici di disabilità sono un peso o meglio un freno alla ripresa economica del Paese. Lo stesso, tuttavia, vale per gli anziani visto e considerato che le loro pensioni rappresentano oggi un costo elevato. Eppure, proprio come l’epidemia che in cecità colpisce a caso, nella realtà odierna gli infortuni, la malattia, la disabilità possono colpire chiunque. La vecchiaia, inoltre, è una età della vita che prima o poi giungerà sulle spalle di tutti coloro che hanno la fortuna di vivere malgrado tutto e tutti. L’eredità che ci lascia Saramago è, come ricordato, un monito contro l’indifferenza: sarebbe quindi auspicabile che le istituzioni ed i singoli cittadini ricordassero che la vita è importante e va difesa sempre e comunque. I problemi vanno affrontati, non nascosti o sottovalutati. Non basta parlare di integrazione perché essa si crei.
Solo così -del resto- la diversità può rappresentare un vero e proprio arricchimento e non un ostacolo.

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