CORRISPONDENZA CON RICCARDO CORSI

Cari scrittori e, soprattutto, cari lettori,
quest'oggi inserisco in quel di Lettere Matte qualcosa di molto particolare: non un articolo sul come mettere insieme una trama decente, sul come inviare un manoscritto a una casa editrice o su dei libri (non in senso stretto almeno), ma delle lettere. Lettere di Riccardo Corsi, autore che molto stimo sia per la bellezza del suo scrivere sia per la profondità di pensiero che riesce a imprimere alla pagina. Si trattasse pure di semplice corrispondenza, come in questo caso. 
Tutto è nato da una chiacchierata in libreria, e i temi trattati erano lo scrivere e "Incroci Simbolici", il suo libro (pubblicato per Mimesis - editore che gli appassionati di filosofia avranno senza dubbio ben presente).
Pubblico tutto, così come Riccardo me l'ha inviato, e lo faccio per una ragione semplice: credo che leggere le righe che seguono, spenderci dieci minuti, significa godere di qualcosa di bello. E dato che le cose buone sono anche migliori se condivise, ho pensato di tirare in ballo pure voi, cari lettori.

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Caro Marco,
 
dopo la nostra piacevole conversazione in libreria, ti mando la quarta di copertina degli Incroci, la lettera in difesa degli Incroci (già data a Chiara) e un inedito, un capitoletto del libro al quale sto lavorando, Storia delle voci del suq, dal romanzo Idris. Se vuoi, un po' di materiale per il tuo, vostro, Letterematte.
Il libro al quale sto lavorando da tempo si chiamerà Libro del vento, con un passo del vangelo di Giovanni in esergo: "Il vento soffia dove vuole, e ne senti il sibilo; ma non sai da dove venga, né dove vada. Così è d'ognuno nato dallo spirito".   Un libro dedicato alla grazia, alla gratuità (anche se in realtà negli Incroci, dove si affrontano le immagini, compaiono pure le altre due parti, movimento e forma).  La seconda parte del Libro del vento, quella dedicata al movimento, Il pozzo, uscirà, assieme a un gruppetto di racconti, con nottetempo. La terza parte Idris, è quella alla quale sto lavorando, ed è dedicata alle forme.
Credo sempre di più che la letteratura non debba limitarsi alla descrizione della realtà. Semmai dobbiamo inscriverci nella realtà. Ossia, sono le cose che attraverso il linguaggio si iscrivono in noi. Il linguaggio è questo ponte attraversato dalla voce del mondo, voce che ritorna verso di noi e chiede di essere ri-detta. Allora, forse, non dobbiamo più dire realtà, come ci suggerisce il grande Lezama Lima, ma immagine ( vedi negli Incroci a pagina 9).
Gli Incroci (il Libro del vento) è questo tentativo di ritrovare un rapporto primitivo, primordiale con le cose, attraversando indenni il falso idolo della virtualità.
Non importa scrivere bene, lo stile in uno scrittore vero non è mai uno strumento. Lo stile è l'affinarsi del mondo dentro di noi, è l'ascolto della propria anima. Ogni libro non deve essere un esercizio letterario, ma una sfida con noi stessi, una lotta con le cose per liberarle dalle molteplici maschere che le imprigionano, lasciando quell'ultima maschera che solo la morte può togliere. Abbiamo il diritto di scrivere solo di ciò che ci tocca profondamente, i nostri libri devono essere più intelligenti di noi, perché sono dei sassi gettati in avanti sul sentiero che percorriamo vivendo.
 
Quando vuoi ne parliamo.
 
Un abbraccio
Riccardo
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S.Angelo In Vado
1, aprile, 2013
 
 
Cara Chiara,
 
 
Ti scrivo questa lettera come una specie di appendice del discorso iniziato l’altra sera a casa di Camilo e Luana, sulla tua lettura degli Incroci. Come ho tentato di dirti a voce credo che la tua visione psicologica della letteratura ti impedisca di intendere veramente il libro, ciò ti porta inevitabilmente a darne una lettura, a mio avviso, superficiale. Naturalmente uno è libero di amare o non amare un certo libro, questo sì… ma il dovere di un lettore attento è capire. E dal discorso dell’altra sera mi sembra che tu sia rimasta fuori dal libro. I frammenti che riguardano l’inferno forse sono prevedibili, ma il male è prevedibile. Non bisogna nei libri épater le bourgeois. Né avere una concezione contenutistica o legata ai generi della letteratura. Gli Incroci non è, al limite, letteratura. La letteratura non mi interessa. Gli Incroci ha l’impudenza di parlare all’anima del lettore di ogni lettore. Ma se il lettore fa come te e comincia a giudicare spezza l’incantesimo. Bisogna abbandonarsi alla lettura. So che è un libro difficile ma come diceva Rilke: “la semplicità è difficile”.
Gli Incroci è un romanzo Prisma, che può essere letto in decine di modi diversi. È allo stesso tempo molti libri: i volti, le facce del prisma chiedono di essere illuminate ( pur possedendo una propria luce) dalla luce interiore del lettore. Ma la lettura degli Incroci è una sfida. Se il lettore non abbandona le armi con cui pretende di interrogare la realtà, il libro si sottrae come se fosse provvisto di vita propria. E al lettore, alla fine del libro, resterà solo un sentimento di fastidio, di insofferenza: ossia le ferite al proprio narcisismo, alla propria razionalità. Ferite che il lettore subito rimargina. Gli Incroci è un libro che uccide il lettore tradizionale, bisogna avere il coraggio di lasciarsi uccidere, coraggio che a te è mancato, pur essendo una persona che ama le fiabe. Ma è necessario amare le fiabe fino in fondo.
Bisogna seguire il libro come Franta, il centauro dalla testa di cavallo, segue fiducioso il gatto bianco Enrico.
Gli Incroci è vivo, un libro organismo, non un’idea astratta, ossia è dotato di una vita propria. È  questa la vera forza del libro, che verrà fuori con il tempo. Tutta l’originalità del libro sta nella sua forma. Vedi le famose note a pag. 211 e 214.
Ecco alcuni dei volti del prisma, le possibili vie di lettura:
A) L’incrocio è una soglia. Il libro è giocato tutto nell’evocazione del risveglio nell’autore-lettore della sua percezione della realtà, parola che nel libro viene sostituita da Natura e immagine. Bisogna ritornare a una percezione primitiva delle cose, affidarsi ai sensi come ci si affida ad organi soprannaturali.
B) Gli Incroci è una riflessione sul male, e sul rapporto, lotta, con il male. La lotta tra coloro che chiudono e quelli che aprono. Il male è sempre chiusura. Ma tale lotta non va vissuta solo esternamente, altrimenti si scade in un bieco manicheismo. Tale lotta implica l’assunzione del male in sé. Il suo riconoscimento. L’impossibilità di cancellarlo del tutto. Altrimenti diventiamo noi stessi male. Dunque il tentativo di ritrovare un equilibrio interiore, al di fuori però della psicanalisi. La polemica con la psicanalisi è forte, e anche un po’ rabbiosa (la rabbia è ineliminabile. Ma può  essere ridotta, come nel braccio del protagonista maschile della principessa Mononoke) è così per ogni persona che senta l’arte veramente. Penso a Saba, a Schnitzler e a molti altri… La psicanalisi si pone come visione del mondo, in modo autoritario e dispotico. Gli psicanalisti sono preti laici (vedi pag 69-70, frammento picaresco). Essi non credono nel miracolo del mondo, (pag.71) nel diario del centauro Franta riflette su questo.
C) Il romanzo è un interrogarsi sul problema della Tecnica. Internet che avvolge la terra come un mantello virtuale. La tecnica, la virtualità come divoratrice di anime. Allora è necessario sentire di nuovo il Polemos eracliteo. Ecco il centro teorico del libro, pag 115.
D) Di nuovo, il libro è un ripensare il nostro rapporto con le cose, con la natura. Incrociare significa risvegliare in noi la voce della Terra.
E)  Il libro è un abbandonarsi alle cose. Al senso del sacro, e all’impossibilità per l’uomo contemporaneo di credere al di fuori della fede, rifiutando la parola fede per ritrovare (nella stessa costellazione semantica) la parola fiducia, abbandono, Gelassenheit.
F) Gli Incroci è una favola. Ma una favola che parla all’intuizione, alla capacità di meravigliarsi, che in molti esseri umani è atrofizzata, o prigioniera della ragione.
G) Il libro è un calice, una porta verso l’invisibile (e dall’invisibile al visibile). Una Porta che permette, che riattiva in chi la vive, la circolazione simbolica tra gli esseri umani, la terra e gli altri abitanti del pianeta, piante, animali, minerali.
H) è un libro sulle immagini. Sulla possibilità di immaginare in un mondo dominato da false immagini (non dimentichiamo che la civiltà occidentale ha costruito se stessa a partire dalla visione, che è poi diventata una visione che cattura, che afferra, mentre l’oriente – prima della sua (parziale?) occidentalizzazione pensava il rapporto con il mondo in termini di ascolto (naturalmente il mondo per gli orientali è illusione, e l’ascolto è innanzitutto ascolto di sé).
I) Gli Incroci è la prima parte del libro del Vento: Un libro, sulla grazia e la gratuità. In esergo compare un verso dal Vangelo di Giovanni, dove viene detto che lo spirito è come il vento. Soffia dove vuole.
LIBRO DEL VENTO:
Immagine Incroci simbolici  
Movimento Il pozzo
Forma Idris
In realtà negli Incroci compaiono tutte e tre le figure, immagine, forma e movimento. Queste tre figure non sono da intendersi in modo dialettico. Sono gradi, toni diversi di uno stesso movimento, di una medesima apertura. Ma torniamo agli Incroci
Il vero centro del libro, che non compare nei tre indici, è a pagina 115.
Gli Incroci è un calice offerto agli dei, a coloro che dimorano nell’invisibile. Nel centro del libro, in questa pagina, è possibile pregare, è un luogo di preghiera, dentro la triplice spirale. E ciò che sarà chiesto con il cuore puro accadrà. Gli Incroci è, in fondo, una preparazione alla possibilità del miracolo  (vedi pag. 12 i versi di Holan, “ma il miracolo noi lo vogliamo solo per mettere alla prova i santi”). Un miracolo che non mette alla prova le cose, ma le lascia vivere. Un miracolo che accade nel linguaggio (i miracoli raccontati nel vangelo e negli altri libri sacri sono verità del linguaggio, essi sono veri, ma appartengono alla terra dell’Angelo). Hūrqalyā, la terra dell’angelo per la mistica araba e persiana, è l’immaginazione (o l’immaginale come lo chiama Corbin). Detto in altro modo, i luoghi delle fiabe, tutte le creature che le abitano, esistono veramente. Folletti, gnomi, il buon popolo come lo chiamano gli irlandesi, gli spiriti degli alberi, della terra, delle acque, dell’aria  che abitano la natura, esistono.
Ciò che viene meno è la nostra capacità di sentirli dentro di noi, di tentare ancora un dialogo, perché essi ci parlano ancora. E la Terra del’Angelo, delle fiabe, è questa stessa terra, vissuta però ad un grado diverso. Un grado in cui morte e vita non sono separate ma fluiscono continuamente una dentro l’altra.
Gli Incroci difende, senza armi, la possibilità stessa di sognare, quel sogno ad occhi aperti che i francesi chiamano rêverie, che è un altro modo di abitare la terra.
Ti chiedo perdono per questa lunga lettera. Considerala una specie di piccolo segnavia, qualora un giorno, tra qualche anno, dovessi riprendere in mano il libro.
Con sincera amicizia
 
Ps: ma oggi è il primo d’aprile che strano pesce d’aprile, troppo serio. Fortuna che gli dei hanno bilanciato la pesantezza di questa lettera, facendomela scrivere oggi. Divino umorismo.
 
Un abbraccio
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INCROCI SIMBOLICI - QUARTA DI COPERTINA
 
Solo l’anima disarmata, di fronte a se stessa e alle cose, esiste veramente. In un mondo dominato dalle immagini che fine hanno fatto le immagini? Che cos’è un’immagine? Abbiamo il diritto di chiamare così quelle che proliferano nel mare virtuale che dagli schermi ci sommerge e distrae? Se esse fossero un’altra cosa, appartenessero ad altro… Al silenzio, alla nuvola che passa lenta e maestosa sopra di noi. Al miracolo del cielo stellato. Bisogna credere alla forza misteriosa del linguaggio per amare la natura e difenderla nella sua interezza (vita-morte, visibile-invisibile). In questo romanzo un gatto virgiliano che viene dalla terra degli angeli e uno strano centauro, camminano insieme. All’inferno e in paradiso. Sulla Terra. Questi tre luoghi sono forse stati, percezioni diverse, di un unico luogo. È necessario coltivare un’anima forte per fare fronte ai giorni che viviamo e a quelli che verranno. La vera resistenza comincia nell’interiorità. “Ma per camminare dentro il bosco l’uomo deve scendere dal palco, abbandonarlo. Deve diventare partigiano della terra”.

Riccardo Corsi (Roma 1967) – Insegna Italiano agli stranieri. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Il sillabico sangue, Gazebo, Firenze 2009. Nel 2010 ha tradotto dal francese un testo di Albert Camus inedito in lingua italiana, La Posterità del sole per la rivista bolognese «In forma di parole» diretta da Gianni Scalia. Nel 2012 traduce dal francese, per l’editore marchigiano Italic, uno scritto di Gabriel Bounoure su Arthur Rimbaud, Il silenzio di Rimbaud. Dirige insieme a Simone Massa e Domenico Scalzo la collana «Portatori d’acqua» presso lo stesso editore.
 
 
 
 

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