IL SEGRETO DEL VINO POETA


RACCONTO DI Maria Rosaria Fonso


5° Classificato al 1° Contest LA LETTERA MATTA

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Quando il quarantenne Conte Geremia D’Andrea si accinse a bere il primo sorso di vino della serata, nella Sala delle Querce calò all’improvviso il silenzio, e tutti i commensali rivolsero gli occhi verso di lui. Un’attesa quasi sacrale pervase il desco.
Il Conte avvicinò il calice di cristallo alle labbra. Le sue narici sensibili percepirono subito le intense note speziate del vino rosso delle sue cantine.
Lentamente bevve, assaporando il gusto caldo e morbido e godendo delle percezioni fruttate che il “suo” vino gli lasciava in bocca.
Poi attese, lasciando che lo sguardo vagasse dai volti degli invitati agli affreschi che correvano lungo le pareti della sala: scene di carattere bucolico dove le querce erano il tema di fondo. Lo sguardo di Geremia si fermò al centro della parete di fronte a lui, sulla bella fanciulla dipinta, intenta a leggere un libro, seduta ai piedi di una pianta di rovere maestosa.
Sentì un fremito sulla lingua e comprese che il prodigio, ancora una volta, si era avverato…
Il Conte Geremia (da sempre leggermente balbuziente) cominciò a declamare versi poetici con prodigiosa scioltezza e maestria, effetto di quello che tutti ormai chiamavano il “Vino Poeta”. La tensione nella Sala delle Querce si allentò.
Un applauso sincero e ammirato coronò l’esibizione del padrone di casa.
La cena e le conversazioni ripresero, asperse ogniqualtanto dai versi lirici che il Conte, con discrezione e delicatezza porgeva ai suoi invitati, lieti di abbinare ai piaceri del palato, le vibrazioni calde che le strofe poetiche suscitavano nel loro animo.
Acclarato che non poteva trattarsi di mera ebbrezza alcolica, in molti si erano chiesti e si chiedevano come mai quell’ottimo vino, da anni, sortiva prodigiosi effetti letterari “solo” sui D’Andrea (eredi del progenitore Conte Giacomo, iniziatore della vitivinicoltura nei suoi possedimenti); quale fosse la misteriosa formula chimica (o magica?!) che fondeva in un Unum Lirico il loro “corpo” con il “corpo” del Vino Poeta, in un intimo intreccio in cui l’uno non poteva esistere senza l’altro.
Solo loro, i D’Andrea, conoscevano il segreto, ereditato dai padri e vincolato (per volontà testamentaria del Conte Giacomo) a essere svelato solo al primogenito al compimento del suo diciottesimo compleanno.
Il conte Geremia sorrideva mentre pensava al lontano giorno in cui il padre Luigi gli aveva rivelato il segreto del Vino Poeta e, per la prima volta, gli aveva parlato del testamento del suo bis-bisnonno Giacomo.
Erano nelle cantine, vicini alle quattro splendide botti di legno che spiccavano tra tutte le altre per i bassorilievi intarsiati che le caratterizzavano. Il padre gli raccontò che le doghe di quelle botti erano state costruite con un legno “grain fin”, proveniente da una pianta di rovere secolare che era stata la più bella della tenuta di famiglia.
Poi salirono nella Sala delle Querce “ Vedi?” gli aveva detto il padre indicando il Rovere affrescato al cui tronco era appoggiata la fanciulla “ E’ questo…”. Stette un attimo in silenzio e poi, indicando la ragazza disse “ E questa è la tua bis-bisnonna Contessa Carla De’ Stefani”. Geremia ricordò la sua meraviglia dinanzi a quella rivelazione ”Morì giovane…” aveva proseguito il Conte Luigi ”…Era bella e amava la bellezza. La vita con i suoi dolori non erano fatti per lei…Diede due figli al bis-bis nonno, poi pian piano cominciò ad allontanarsi sempre più dalla realtà, rifugiandosi in un mondo suo, fatto di soavi fantasie e di poesia. Stava ore e ore seduta ai piedi della Quercia a leggere liriche poetiche. Suo marito, la fece visitare da due o tre medici, poi smise perché l’amava molto e voleva vederla serena. Lui si curava dei bambini, aiutato dalla governante. Un giorno, a ventinove anni, Carla non tornò più dal suo mondo etereo. Ai piedi della quercia, con un libro in mano chiuse gli occhi e morì. E con lei anche la Pianta, come se Contessa e albero fossero legati inscindibilmente.
Il Conte Giacomo non volle disfarsi del rovere e col suo legno fece costruire quattro botti intarsiate, le sistemò in cantina insieme alle altre, ma volle che il vino lì affinato, fosse destinato per l’uso esclusivo della sua famiglia. Ben presto si accorse dell’effetto “poetico” che quel vino produceva in lui. E, con l’intuito particolare dell’enologo appassionato quale egli era, capì. Capì che il rovere aveva “assorbito” tutte le poesie lette dalla Contessa e ora le “emanava” nel vino, mescolate agli intensi aromi di legno e di spezie…”
Geremia ritornò al presente, realizzando che fra otto anni toccava a lui svelare alla sua primogenita Carolina il segreto del vino poeta.
Con un’ultima lirica congedò i suoi ospiti.
Lentamente la Sala delle Querce si svuotò.
Rimase solo il personale silenziosamente alacre nel riordinare. Il Conte posò un braccio sulla spalla della moglie Letizia “ Bella cena “ disse. Lei sorrise e insieme uscirono dalla Sala.
Nessuno s’avvide che la fanciulla seduta ai piedi dell’albero, aveva girato la pagina e aveva ricominciato a leggere.

Commenti

  1. Descrizioni non pesanti, ma comunque efficaci; linguaggio azzeccato; storia gradevole.
    Tutto questo fa un buon racconto.
    Brava (e complimentissimi per il 5° posto al contest).

    Ciao ciao,
    Kito.

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  2. mi è piaciuto anche se trovo alcuni termini scelti un pochino troppo pesanti (se messi in relazione con il resto): trovo che rallentino la lettura.
    21dicembre

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  3. Leonardo Pagliazzi12 marzo 2010 04:17

    Bello il finale e scorrevole il racconto. Lo trovo un pò scontato e poco "lirico". Comunque bello.

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  4. E' una storia molto bella, leggendola ho provato una sensazione di serenità.
    La descrizione della scena all'inizio della storia è ben curata. Complimenti!
    Saluti

    Carmelo

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